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Anna Giacomazzo
SINFONIA SCANDALOSA

CAPITOLO I

A Lei per follia e per amore

Anna Giacomazzo

 

 

Sinfonia Scandalosa

Romanzo


A Lei per follia e per amore

 

 

BORELLI EDITORE

 

 

© BORELLI S.r.l.
Via Cardinal Morone, 21
41100 Modena – Italia
www.borellieditore.it
info@borellieditore.it

 

 

 

 

CAPITOLO PRIMO

Scandalosa, mi sentivo scandalosa, forse anche immorale, probabilmente sporca dentro.

Un marasma di sensazioni dentro l’anima, sotto la pelle, mi impedivano di pensare che non fosse colpa mia. Non avrei voluto sentire ciò che sentivo, ma il mio cuore e i miei sensi andavano nella direzione ambrata di Beatrice.

    Beatrice, la mia figlia adottiva, ormai grande, con quei capelli biondi e quegli occhi verdi, mi domandavo spesso a chi potesse somigliare, era così bella, delicata. I suoi lineamenti sembravano disegnati da una mano perfetta.

Mentre tutti questi pensieri affollavano la mia mente, sentii in lontananza echeggiare il mio nome, mi girai ed era lei.

Lei, la mia creatura, mi correva incontro tra una folla incredibile di gente, di valigie, di rumori, di odori, quell’aeroporto non potrò scordarlo mai, fonte della mia felicità e della mia follia di madre. Eccola. Mi abbracciò forte, il suo profumo mi entrò con violenza nelle narici sino a farmi perdere per un attimo la lucidità, mi ripresi subito e ricambiai il suo abbraccio, la strinsi forte a me e improvvisamente con la mente tornai a quando era una bambina, a quando la vidi per la prima volta, in quell’orfanotrofio sporco e obsoleto, che puzzava di muffa mista a odori di cibo.  Mi guardò solo per un attimo, ma era già dentro di me.

Beatrice fu adottata a sei anni, io e mio marito Piergiorgio avevamo deciso di adottare un figlio; eravamo spesso in crisi, la colpa indubbiamente era mia, non era il matrimonio quel che avrei voluto, non era lui che avrei voluto accanto a me, non era certo un uomo quello con il quale avrei desiderato condividere la mia vita.

Pensammo che l’adottare un bambino avrebbe potuto aiutarci a superare i momenti pesanti e cupi del nostro rapporto. Così purtroppo non fu, ci separammo dopo due anni e Beatrice fu affidata a me; crescemmo insieme, l’una nell’altra, il padre si dimostrò da subito una figura assente e dopo la nostra separazione si trasferì all’estero con la sua nuova compagna. Per lui non fui mai una buona moglie, mi sposai perché Pier poteva darmi quella classica tranquillità che non riuscivo a trovare nell’esistenza di tutti i giorni. Lui giovane e bello, stranamente un uomo tranquillo, posato, concreto, desiderato dalla maggior parte delle donne per il suo modo galante e un po’ retrò, una posizione professionale invidiabile, manager di un’azienda della città romana dove eravamo nati entrambi.

Io, una giovane donna molto inquieta, tormentata, anch’io bella e interessante, avevo una grande passione per la bellezza femminile, la pittura, la scultura, tutto ciò che era arte per me era vita e amore. Mi ritrovavo spesso nei caffè da sola ad osservare i volti delle donne, le loro mani, i loro occhi, i loro corpi, e i miei pensieri andavano oltre ai semplici desideri platonici.

Lo capii abbastanza velocemente ma non potevo e non volevo distruggere quello che pensavo fosse un matrimonio d’amore, lo era per lui, ma non per me. Per me era una sorta di rifugio, di nascondiglio dalle mie paure, dalla mia vigliaccheria di non prendere mai una posizione decisa per l’esistenza che alla fine avrei desiderato vivere sino in fondo.

Vivevo queste passioni trasformandole in arte, scrivevo, dipingevo, creavo quasi ossessivamente forme femminili, nudi, scattavo fotografie di donne mentre girovagavo per le vie della città: erano dentro di me come un timbro, tatuaggi indelebili. E in tutto questo vortice c’erano Beatrice che cresceva sempre più attaccata a me, di una bellezza davvero sconvolgente, e Pier che continuava a lamentarsi della mia poca disponibilità sessuale nei suoi riguardi. Fuggivo da lui, fuggivo da me stessa, dai miei desideri, da quello che avrei voluto veramente dalla vita: l’amore e il corpo di una donna.

Facevo sesso ogni tanto con Pier pensando a come sarebbe stato essere toccata da una femmina, essere presa senza pene, essere baciata, accarezzata da una mano gentile, femminile, senza peli, fantasticavo sui loro corpi mentre toccavo il mio.

Spesso quando ero sola mi masturbavo pensando ad un seno tra le mie mani, ad un paio di labbra sulla mia pelle e venivo subito, era bellissimo immaginare di essere donna insieme ad un’altra donna.

Pier non capì mai nulla, pensò semplicemente che il sesso non mi interessasse e che aveva fatto un grande errore a sposarmi. Non lo soddisfacevo in niente, ero solo una bella e affascinante signora di quarantacinque anni, da mostrare in pubblico, alle cene di rappresentanza, ai ricevimenti, alle feste, alle riunioni di lavoro. Chi avrebbe mai pensato che quel manager rampante con notevole moglie accanto era solo un povero sfigato?

E chi di tutte quelle persone avrebbe potuto pensare che io, affascinante signora, con bel marito al seguito, non desideravo altro che una donna e mi sentivo turbata, fortemente turbata, da Beatrice, mia figlia? Sì, ecco lo scandalo. Io, madre adottiva di Beatrice, giovane ventiquattrenne, mi sentivo fortemente attratta da lei…

 Perché proprio lei e non un’altra donna? C’erano migliaia di donne fuori dalla porta, fuori addirittura dalla mia testa, ma nessuna mi accendeva come Beatrice, e mi sentivo male, inadeguata, folle, malata a desiderare quella figlia che io stessa avevo cresciuto in tutti questi anni.

Era incredibile, era pazzesco, eppure era così…mi tranquillizzava solo il pensiero che non fosse mia figlia naturale, altrimenti mi sarei fatta ricoverare. Una madre incestuosa e per di più con una figlia, c’erano tutte per farmi internare in qualche casa di cura.

Il rombo di un aereo mi riportò a terra, avevo ancora Beatrice stretta a me. Iniziò a raccontarmi del suo meraviglioso viaggio in Australia con Elena, la sua amica di sempre, e di quanto era stato bello stare con lei, di quanto si fossero divertite, di quanto l’Australia fosse bella, lussureggiante, verde e di quanto avrebbe voluto tornarci appena possibile.

Sorrideva continuamente mentre mi raccontava le sue avventure, ed io con lei immaginavo le loro peripezie, i loro giochi, le loro conoscenze.

Era bellissima Beatrice, sua madre era francese, suo padre italiano, lei aveva la pelle ambrata, i capelli biondi e gli occhi verdi, probabilmente somigliava alla sua vera madre. La madre l’abbandonò appena nata in quel misero edificio di Roma, mi raccontarono che era una distinta signora di sangue blu, rimasta incinta di un uomo sposato, non volle o non poté tenere con sé la figlia e decise di lasciarla in istituto, quell’istituto che Pier ed io, successivamente alla nostra decisione di adottare un figlio, vedemmo anni dopo.

Non potevo immaginare lo strazio di Beatrice per ben sei anni chiusa lì dentro, i primi anni di vita sono i più importanti, quelli che determinano il carattere, formano la personalità. Beatrice si dimostrò da subito remissiva, dolce, affettuosa, una bambina tenerissima e con una voragine d’amore dentro al cuore, ed io ero pronta a riempirla perché sentivo che era la stessa mia, forse con lo stesso destino, forse entrambe cercavamo qualcuno che ci amasse al di là della vita, al di là dei sogni, al di là della morte.

   Crescendo Beatrice aveva dimostrato una fortissima passione per la musica e per le arti, si era diplomata al conservatorio di Roma pochissimo tempo prima in pianoforte e adorava il jazz, amava molto anche suonare il sassofono, aveva studiato molto, e diventò in breve tempo un’ottima concertista, ricercata e acclamata dal pubblico. Ero fiera di lei, i suoi concerti la portavano spesso in giro per l’Italia, mentre io stavo ad aspettarla a casa, in mezzo alle mie tele e ai miei colori. Sono una pittrice, ho una galleria d’arte a Parigi, dove da un paio d’anni ci eravamo trasferite, senza far troppo caso al destino che voleva che la madre di Beatrice fosse francese, proprio di Parigi. La cosa però non mi disturbava affatto, e non disturbava nemmeno lei, sapeva che era mancata anni prima, e che sua madre ero sempre stata io, per me aveva sempre provato dei sentimenti molto forti e contrastanti, era una ragazza sicuramente con un bagaglio pesante per i suoi ventiquattro anni, ma la sua intelligenza e arguzia l’avevano portata a comprendere la vita molto presto. Si intravedeva in lei una sorta di malinconia e la sua maturità la induceva sempre a voler approfondire tutto ciò che le accadeva.

Avevo deciso di acquistare per noi una bellissima casa, con una vista incantevole, dalla terrazza potevamo vedere tutta Parigi, la sera era uno spettacolo di rara bellezza e di un fascino così magnetico che lo potevi percepire dentro al corpo.

Arrivammo a casa, Beatrice mi aveva travolto con i suoi racconti, ma era molto stanca e dopo aver fatto uno spuntino, si ritirò nella sua stanza per riposarsi e disfare la valigia. Io, confusa, mi chiusi dentro al mio studio a pensare e ad ascoltare un po’ di musica.

Nel frattempo telefonò Pier per sapere se Beatrice fosse tornata; nonostante la separazione avevamo mantenuto sempre degli ottimi rapporti, Pier viveva a Copenaghen da anni ormai, e sapevo che stava bene ed era felice con la sua nuova donna.

L’unica dall’anima travagliata ero io, che continuavo a pensare a Beatrice e che immaginavo scene d’amore appassionate e sensuali con lei… provavo un misto di tenerezza e di trasgressione tutte le volte che chiudevo gli occhi e la vedevo davanti a me. Ogni qualvolta si presentava nella mia testa questo pensiero, uno stato di agitazione, ansia e panico, mi chiudeva lo stomaco e non sapevo più cosa fare. Pensai tante volte di andare da qualche medico, una persona che potesse aiutarmi a capire, a capirmi dentro, a sviscerare questo sentimento nato con gli anni per Beatrice.

Beatrice dopo poco uscì dalla sua camera e manifestò il desiderio di dare una piccola festa a casa nostra con i suoi amici. Organizzò tutto in breve tempo, non desideravo parteciparvi, in mezzo ai suoi amici mi sentivo fuori posto, non all’altezza, ero pur sempre una donna di quarantacinque anni, anche se giovanile, originale, e con un modo di fare molto socievole con le amicizie di Beatrice. Decisi di non esserci, e quella sera andai in galleria e ci rimasi quasi tutta la notte, avevo voglia di tinte forti.

I pennelli, e i colori volavano sulla tela bianca, ero così ispirata, tutto mi appariva facile e un senso di gioia mi invase il cuore, mi accorsi pian piano che stavo disegnando i corpi intrecciati di due donne: io e lei.


 

CAPITOLO SECONDO


 

Pensavo a lei che si stava divertendo alla festa in mezzo al casino che riusciva sempre simpaticamente a combinare, a lei che mi aveva sempre dimostrato il suo amore, il suo affetto, la sua presenza, e la sua vicinanza anche quando io e suo padre ci eravamo separati, anche dopo esserci trasferite qui a Parigi, lasciando in Italia amici, parenti, praticamente tutta la nostra storia. Mi rendevo conto solo oggi di aver sempre amato Beatrice non solo come una madre; l’avevo capito tardi, da qualche anno, ma avevo cercato di scacciare il pensiero con tutte le mie forze.

Quanta sofferenza, quanto dolore ancora dovevo provare, che razza di madre ero? Ma io non ero sua madre, non ero la donna che l’ha partorita, ero la donna che la amava…

Sono stata io ad allevarla, a curarla, a stringerla a me quando piangeva di                                                           notte, o quando stava male; ero quella che la portava a scuola, o la accompagnava a pianoforte.

Mi sembrava di impazzire, dovevo fare qualcosa, la rabbia mi stava attanagliando lo stomaco e, con tutta la forza che avevo, lanciai un barattolo di colore sulla tela, sulla nostra tela, mia e di Beatrice. Eravamo noi, e come per incanto tutto si annullò… Quanto avrei voluto che fosse davvero così, potermi annullare, volatilizzarmi per non sentire più nulla, il desiderio, la sofferenza, il dolore, il tormento ogni giorno, ogni notte, sentirla ridere, piangere, abbracciarmi, chiamarmi.

Spesso Beatrice aveva ancora il vizio di chiamarmi per nome, “Cloe”, e quando la sentivo pronunciare il mio nome così, senza pensare ad altro, l’avrei presa tra le braccia e avrei voluto sentirlo pronunciato in un modo totalmente diverso, avrei voluto sentire un suo bacio, una sua carezza, avrei voluto che mi sfiorasse i seni, e fare l’amore con lei, semplicemente.

Avrei voluto vivere qualche storia, anche qualche avventura con altre donne, ne sono sempre stata attratta, ma nessuna mi colpiva talmente tanto da mettere in dubbio che erano solo miei desideri, mie fantasie, nulla di più, o forse cercavo stupidamente di reprimermi, con il risultato che ora amavo mia figlia. Se fossi stata veramente una brava madre e veramente una donna, avrei avuto il coraggio di trovarmi una compagna che potesse amarmi e desiderarmi.

Quando dipingevo spesso chiamavo delle modelle per posare, era anche per mettermi alla prova, sentire come vivevo quelle emozioni nel vedere quelle donne adagiate su un letto, o sedute su una poltrona, nude… Guardavo ossessivamente le loro forme, le loro curve, e continuavo ad immaginare che i loro corpi somigliassero a quello di Beatrice.

Avrei voluto più di una volta toccarli piano, come se fossero dei corpi senza vita, delle statue. Avevo il timore delle mie stesse sensazioni, di ciò che potevo provare, anche per un solo attimo, per una di loro. Ce n’era una in particolare che aveva colpito la mia attenzione. Era una bella ragazza sui trent’anni, capelli ondulati rosso irlandese, con grandi occhi da cerbiatta e lunghissime ciglia; mi sorrideva spesso ed io, imbarazzata, ricambiavo il suo sorriso.

A volte avrei voluto avvicinarmi lentamente e accarezzarle la pelle, sentirne il profumo, sentire il suo odore, la guardavo con desiderio, con avidità, come se il mio sguardo andasse oltre a ciò che vedevo e più la osservavo più capivo questo mio desiderio di donna, di femminilità, di essere sedotta e di sedurre una donna.

 Nella mia mente perversa era come se toccassi già quel corpo: era lucido, morbido, quella carne chiara mi eccitava così tanto che mi avvicinavo per coprirla con un velo, e ritraevo solo il suo volto. Il suo sguardo così profondo mi faceva pensare al calore della terra, ad un calore diffuso che percepivo addirittura mentre dipingevo.

Si chiamava Ginevra, era per metà italiana e per metà irlandese, viveva a Parigi ormai da molti anni e per pagarsi gli studi di medicina posava come modella per vari artisti di Montmartre.

Con il tempo Ginevra veniva sempre più spesso nel mio studio, era sempre molto misteriosa riguardo la sua vita privata, ogni tanto si apriva un po’ con me, ma rimaneva una ragazza molto riservata e questa sua discrezione mi intrigava molto.

Nel mio cervello iniziavano a passare delle immagini di lei e me insieme, ma subito le cancellavo con forza come se potessi fare un torto a Beatrice. Eppure lei mi piaceva e stuzzicava quel qualcosa in me che dava adito a pensieri trasgressivi.

Ginevra era la mia modella preferita. A volte, mentre la coprivo con qualche velo, o le cambiavo posa, le sfioravo una mano o sbadatamente un seno, arrossivo e lei mi fissava con quei grandi occhi, dritti dentro ai miei, mi sembrava di morire, di sentire tutto il fuoco della passione attraversarmi il corpo nel giro di pochi minuti; era bellissimo, ma rimanevo senza fiato, stremata da quel desiderio non consumato e tenuto sempre dentro alla mia mente. 

Non potevo palesarmi, non potevo manifestare quello che provavo per lei, chissà che avrebbe pensato, non osavo io stessa riflettermi nei suoi pensieri, anche se mi avrebbe attirato andare all’interno della sua testa e sentire il rumore dei suoi ingranaggi, il rumore che il mio nome, forse, poteva provocare al suo interno. Domande, sempre mille domande, e sempre il mio tormento.

Un tormento che mi scavava le ossa, il cuore, tutto il mio essere era sconvolto dal mio desiderio, sempre, ogni giorno, ogni minuto il mio desiderio appena aprivo gli occhi era lì, come una persona che ti aspetta quando ti svegli per bere il caffè con te. Immobile, fisso, prepotente, e sentivo che, se non avesse preso forma, prima o poi sarei impazzita.

Avevo deciso che il mio studio sarebbe stato come una piccola garçonnière, amavo vedere quelle ragazze andare e venire dentro e fuori dal mio studio, la cosa mi eccitava, ne vedevo di more, di bionde, di rosse, alte, basse, magre, morbide, formose e scheletriche. Volevo esaminarle tutte, volevo osservare con minuzia i loro corpi, vestiti e svestiti.

Continuava la mia ossessione come rifugio, come un nascondiglio dal mio desiderio primario di lei. Sempre e solo lei, Beatrice.

Riguardavo spesso le foto che avevo fatto in giro per Parigi ai volti, ai corpi di quelle donne, e mi sentivo sempre più tormentata, sempre più travagliata da questa passione, da questa cosa che a volte non sapevo definire, o non volevo, tale era la paura di perdere tutto.

Perdere lei, perdere me, perdermi totalmente in un’ossessione maniacale che mi avrebbe portato sicuramente ad ammalarmi.

E pensare che il mio ex-marito credeva di aver sposato una donna disinteressata al sesso, una donna cerebrale, senza passione, senza desideri, come una bella statua senza ardore. Non poteva sapere quanta trasgressione e quante voglie scavassero la mia carne, le mie vene, i miei muscoli. Non poteva immaginare quanto pulsasse tutto il mio essere quando vedevo una bella donna e mi stendevo sul divano a masturbarmi pensando a lei che mi toccava o mi leccava.

 Ero stanca, stanca di stare qui in galleria, stanca di questi pensieri, stanca

del sangue che mi tuonava nelle tempie, avevo voglia di andare a letto, avevo bisogno di riposo, di silenzio.

Andai a casa, sperando che tutto fosse finito e che la casa fosse stata già riordinata.

Tenevo moltissimo a quella casa acquistata solo per noi: era stata curata da me, nei minimi particolari, nelle tinte, nell’arredamento, nel design. Avevo deciso che quello sarebbe stato il nostro nido d’amore quando avessi avuto il coraggio di dire a Beatrice ciò che provavo per lei.

Avevo intuito di avere un grande potere su Beatrice, era particolarmente affezionata a me, e ora che era tornata a casa, vedermela girare per le stanze mi procurava un turbamento folle. Avrei desiderato un giorno invitare a casa Ginevra, semplicemente per incontrarla e trascorrere con lei qualche ora fuori dallo studio, in un ruolo diverso, che non fosse solo quello di modella.

Era una ragazza che avrebbe potuto interessarmi, era molto intelligente, scaltra, e sicuramente molto dolce e sensibile; questa era l’idea che mi ero fatta di lei, non fosse altro che la usavo per mio passatempo, per non pensare troppo a Beatrice.

Forse era la cura adatta, frequentare un’altra ragazza, un altro essere umano che non avesse le caratteristiche di Beatrice non poteva che farmi bene, sarebbe stata una buona idea, me lo ripetevo sino alla nausea, nella speranza che anche Ginevra fosse del mio stesso parere e avesse il mio stesso desiderio, quello di vedermi al di fuori del lavoro.

Pensavo che da giovane avrei potuto essere anch’io una modella, mi sarebbe piaciuto moltissimo essere la musa di qualche pittrice, la sua musa ispiratrice, mi sarei vista come in uno specchio d’acqua, riflessa in un’altra donna. Sarebbe stata un’esperienza fortissima, emozionalmente potente, in grado di turbarmi sino in fondo all’anima, rivedermi nei tratti del volto, del fisico, nelle movenze, anche se diverse nel corpo ma simili nello stesso genere.

Io avevo una forte passione per le donne mediterranee, scure, con gli occhi color del mare, quel mare siciliano che portavo sempre dentro di me, che non lascia respiro, zeppo di odori, un mare vero, un mare inquieto come l’anima dei siculi, tormentati dalla loro terra, ma in grado di amarla come solo loro sanno fare, a costo della morte. Questa mia passionalità e fierezza veniva dalla parte di mia madre, generazioni di persone vissute in quella bellissima isola, nella quale quando potevo mi rifugiavo ancora, fuggendo da Parigi.

 Ritornando con la mente ai miei ricordi della Sicilia, pensavo all’ultimo mio vernissage prima di partire per Roma, alla galleria d’arte di Taormina. Era stata una giornata molto piacevole, avevo avuto grande successo di pubblico, i critici avevano dimostrato grande interesse per le mie tele, ed uno di questi mi dimostrò un interesse che andava oltre i miei dipinti. Mi invitò a cena la sera stessa, ma io declinai gentilmente, non avevo voglia di starmene a tavola a tenere una conversazione che sapevo benissimo dove sarebbe andata a parare.

Avrei desiderato piuttosto una cena romantica con una bella donna, sicuramente la conversazione sarebbe stata molto più interessante, o semplicemente l’avere una bella donna davanti ai miei occhi sarebbe bastato a rendere la cena gustosa e prelibata.

Mentre ero assorta nei miei pensieri, un’illuminazione mi fece sobbalzare, come se qualcuno mi avesse dato un forte ma piacevole schiaffo. Mi venne in mente che era parecchio tempo che a Parigi non esponevo, e che avrei potuto avere tutto il materiale necessario per una bellissima mostra, oltre a rinnovare la mia già conosciuta arte, avrebbe potuto essere un’ottima occasione per invitare Ginevra e un po’ di altra gente che non vedevo da molto tempo. Era un’ottima idea!

Ora dovevo darmi da fare per i preparativi, doveva essere un evento in grande stile: sarebbe stato il mio rientro nel mondo degli artisti dopo un lungo periodo di silenzio. La cosa già mi entusiasmava, mi faceva sentire bene, mi dava la giusta energia per togliermi di dosso quei pensieri cupi così costanti e massicci che mi avevano popolato la testa nell’ultimo periodo della mia vita.

Decisi che Beatrice mi avrebbe aiutata in questa impresa, e sapevo già che ne sarebbe stata felice: adorava le mie mostre e conoscere gente nuova, sarebbe stata l’occasione giusta per entrambe.

Ne parlai a lei e, come pensavo, ne fu subito entusiasta.

Iniziò a contattare la stampa, i mass-media, gli sponsor, le radio, le televisioni. Era una bravissima public relator, sapeva trattare con le persone, aveva un ottimo gusto, e sapevo che avrebbe fatto un lavoro perfetto. Ero in ottime mani.

Nel frattempo io decidevo i quadri che avrei portato alla galleria, ne avevo parecchi di inediti, mentre Beatrice si occupava di tutta la parte organizzativa, io perdevo ore e ore a scegliere, a portare con la mia auto le tele più belle, quelle che desideravo avessero un riscontro sia di pubblico sia degli operatori del settore.

I critici erano sempre delle persone piuttosto dure e saccenti, ma adoravo le sfide che si creavano sempre tra l’artista e questi signori, la cosa non m’impauriva anzi, mi dava più desiderio di dimostrare cosa fossi in grado di creare. A Parigi ero già piuttosto affermata, i miei quadri si vedevano spesso in qualche casa di gente famosa, erano recensiti in riviste del settore, si notavano in ambienti di lusso.

Ero una pittrice surrealista, mi definivano astratta, ma la definizione non era propriamente esatta, le mie tele erano vissute dal surrealismo, dal simbolismo, e infine anche dall’astrattismo.

La galleria era molto grande, spaziosa, allestita in modo impeccabile, un susseguirsi di colori e di forme femminili componeva magicamente un gioco di luci e tinte tali da rimanere veramente incantati.

Le tele erano piuttosto grandi, i corpi delle modelle che avevo ritratto davano l’esatta sensazione di poter uscire dal quadro, e io speravo che guardando i miei dipinti si avesse la sensazione di poterci entrare e, come in un labirinto, perdercisi attraverso i colori.

La straordinaria bellezza dei miei quadri avrebbe potuto provocare in chi li ammirava la sindrome di Stendhal, notissimo disagio psicologico somatizzato con una sorta di sintomi fisici. Per me un disturbo assai affascinante.

Spesso, quando dipingevo avevo la sensazione di entrare nel mio stesso quadro e di vivere quelle situazioni. Pensavo fosse una delle sindromi più intriganti, colpiva soprattutto le persone particolarmente sensibili all’arte e chi viveva solo. Provare questo malessere dava un’emozione fortissima e chi era in grado di controllarla, desiderava spesso riprovarla, tanto era intensa e particolare.

Numerosi terapeuti scrissero fiumi di parole su questa sindrome, alcuni famosi registi diressero film di successo, ed io ne rimasi affascinata da quando, di fronte ad uno dei miei quadri migliori, dopo averlo scrutato a lungo, mi sentii male. Avevo le vertigini, il cuore batteva all’impazzata, per un attimo pensai di svenire, poi lentamente iniziai a respirare, a rilassarmi, a focalizzare la mia attenzione sui colori più chiari, sul soggetto, che era quello di una donna alata; il fondo era azzurro sfumato di blu e verde, mi ritornò in mente il mio mare così lontano e lentamente chiusi gli occhi e immaginai con un balzo di saltare dentro in quello splendido paesaggio marino, popolato di creature angeliche ed innocenti.

Il respiro tornò normale, il ritmo cardiaco riprese la sua normale frequenza, intanto io ero lì dentro, calma, tranquilla che esploravo i miei stessi segni, le mie pennellate, stavo vivendo in un’altra dimensione, non comprendevo lucidamente se potesse essere autentica o solo frutto della mia fantasia, o semplicemente della mia eterna stanchezza. Qualsiasi cosa fosse mi procurava serenità e gioia. Sorridevo e scivolavo con i piedi su montagne di colori che riempivano i miei soggetti, nuance colorate creavano un mondo fantastico, pensai che quello potesse essere il paradiso, tanto era meraviglioso.

Tornai prepotentemente in me con il suono del citofono della galleria. Era la proprietaria della ditta a cui mi ero rivolta per il catering, venuta per organizzare insieme il buffet del vernissage. Aprii la porta a vetri, e vidi una donna sulla cinquantina, molto giovanile, vestita in modo impeccabile, con una serie di cataloghi sottobraccio.

La feci accomodare e lei, con estrema pazienza, mi spiegò ciò che poteva essere più adatto per l’inaugurazione della mostra. Era particolarmente fascinosa, con un portamento e delle movenze molto sinuose, gli occhi potevano dire mille cose, il suo sguardo era profondo e ambiguo, ed io, in quel verde bosco, per un bel po’, mi ci tuffai volentieri.

Il suo modo di fare era ammiccante, leggermente seducente, mi sorrideva spesso e quando mi chiese come mai in tutti i miei dipinti figurassero donne, ed io le risposi semplicemente che le trovavo naturalmente e geneticamente più incantevoli da raffigurare, fu della stessa opinione e mi scrutò dall’alto in basso.

Le dissi che ovviamente era invitata anche lei, e che sarei stata molto felice se avesse voluto partecipare alla mostra. Lei annuì e mi ringraziò. Uscì dalla galleria dopo circa un’ora, non ricordavo assolutamente cosa avessi scelto, ma ricordavo benissimo lei, che finì nel mio contenitore di anime femminili, dove ormai lo spazio si era ridotto al minimo.

Aveva lasciato una dolce scia di profumo che seguivo annusando l’aria cercando di capire quale essenza una donna di quello stile potesse usare. Era stato veramente un bell’incontro e speravo davvero di rivederla alla mia mostra.

 

Sinfonia scandalosa  continua fino a pagina 140

 

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Indice

Capitolo primo                    pag.  7
Capitolo secondo                        15
Capitolo terzo                             33
Capitolo quarto                           37
Capitolo quinto                           43
Capitolo sesto                             55
Capitolo settimo                          61
Capitolo ottavo                           72
Capitolo nono                             77
Capitolo decimo                          83
Capitolo undicesimo                   93
Capitolo dodicesimo                   99
Capitolo tredicesimo                 113
Capitolo quattordicesimo          125

 

finito di stampare
nel  novembre 2008



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