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Oxè awards duemilanove

CAPITOLO I

    

PROFUMO DI MARE

Angel_evil sandra tugnoli

Andrea tolse il casco.

Fermarsi ad osservare il tramonto era una cosa che amava, specialmente se si trovava al mare e il sole spariva all’orizzonte, come un’immensa palla infuocata che si spegneva lentamente nelle calme acque davanti a lui, pronto a riaccendersi il giorno dopo.

Gli piaceva quel posto.

Due giorni prima era in ufficio, stanco e nervoso.

Poi, un amico gli aveva segnalato un last minute dicendo che era imperdibile. Detto fatto, così era stato.

Una valigia preparata velocemente, il biglietto aereo acquistato in aeroporto… e ora stava ammirando uno dei suoi spettacoli preferiti.

Una moto noleggiata il mattino stesso, zaino in spalla e una meravigliosa isola da scoprire.

Il cellulare era spento e non aveva intenzione di accenderlo. Sapeva già che avrebbe trovato qualche messaggio e sapeva anche di chi. Anche l’argomento… “mi dispiace sia andata male ma io non ti merito…” era l’inizio dell’ultimo che aveva letto prima di salire in aereo.

Certo, come no. Immaginava come si stesse dispiacendo Lara.

La sera che la conobbe, nove mesi prima, non credeva che sarebbe stata una storia così. Una o due settimane al massimo. Invece era successo quello che non capitava mai. Si era innamorato di quella donna metà spagnola e metà italiana, conosciuta scontrandosi con lei in un locale, versandosi addosso coca e rum, a vicenda. E la sua battuta “beh, almeno abbiamo gli stessi gusti…” lo aveva fatto sorridere.

Era rimasto subito affascinato da lei, incarnava il suo ideale e le poche chiacchiere avevano fatto loro capire quanto fossero simili.

Minuta, carnagione olivastra, capelli ricci e lunghi. Insegnava danza, hip-hop. Vitale, sempre sorridente, trasudava sensualità, cosa che lui aveva scoperto la stessa sera in cui l’aveva conosciuta. I pantaloni a vita bassa che lei portava, lasciavano maliziosamente intravedere un tatuaggio tribale. Non capendo cosa rappresentasse, lui chiese “cos’è?”.

“Ah, è un drago… anzi, la testa di un drago. Vuoi vedere dove finisce la coda?”.

Quella risposta, i suoi occhi scuri, il suo profumo, l’avevano eccitato e senza rispondere la prese per mano ed uscirono dal locale.

In casa sua i vestiti di lei caddero molto velocemente e il respiro affannoso dei due indicava voglia e passione.

Voglia che venne soddisfatta una prima volta contro alla porta, senza arrivare neppure al letto.

Venne dentro di lei con un grido liberatorio, una, due, tre volte. Quella notte fu talmente lunga che il giorno dopo arrivò in ritardo al lavoro.

E da quella notte, non si lasciarono più. Fino ad una settimana prima, quando lei disse di avere vinto un concorso di danza ed avere la possibilità di studiare in Spagna, la sua terra d’origine.

Non gli aveva neppure accennato del concorso “non pensavo di farcela…” fu la scusa.

E scegliere lo studio alla loro vita assieme fu la mossa successiva.

Lui non fece una piega, prese nota della cosa e passo da lei a prendere quelle due o tre cose lasciate nel suo appartamento, riportandole ovviamente le sue, ben impacchettate.

Non commentò nulla, non disse nulla.

Non era convinto che le sue lacrime fossero vere, se lo sentiva.

E lui preferì non versarne.

“Doveva andare così…”.

In quel momento non voleva altro che guardare il tramonto e rilassarsi.

Per questo prese lo zaino ed estrasse una bottiglia di vino rosso appena acquistata.

Un brindisi ad una porta chiusa, un brindisi al tramonto, a quel viaggio, al mare.

Mentre si dava da fare con il tappo di sughero, notò una limousine nera fermarsi a pochi metri da lui.

L’autista mantenne la macchina in moto e una donna scese, dirigendosi anche lei verso il punto più panoramico, per ammirare il tramonto.

Si voltò verso di lui e gli sorrise, girandosi nuovamente verso il mare.

Andrea ne rimase folgorato.

I suoi occhi erano verdi come smeraldi, profondi, intensi.

Capelli castani che scendevano lungo le spalle, labbra disegnate per essere baciate, sensuali, carnose.

Indossava un abito da sera che lasciava la schiena completamente nuda, regalando uno scorcio anche sul fondoschiena, splendido anch’esso.

Era scalza, nonostante la ghiaia sul terreno. Probabilmente le scarpe erano rimaste sull’auto.

Si chiese se stesse facendo una figura da stupido tentando di stappare una bottiglia di vino da solo, seduto su una moto, guardando il mare.

E la risposta fu “forse si…”.

La vide avvicinarsi a lui, sempre sorridendo. Notò uno strano velo di tristezza nei suoi occhi.

“Ciao… scusami se posso sembrarti sfacciata ma mi chiedevo se posso brindare con te… io sono Letizia…” disse allungandogli la mano.

“E io Andrea… piacere…” rispose stringendola delicatamente. Sorrise anche lui.

“Però non ho bicchieri… intendevo bere direttamente dalla bottiglia ma non è il caso quando si condivide il brindisi con qualcuno…”.

Lei sorrise nuovamente.

“A casa mia ci sono tanti bicchieri… segui l’auto con la moto…”.

Non sapendo neppure perché, Andrea indossò il casco e seguì la limousine lungo le strade dell’isola, fino ad arrivare ad un cancello, che si aprì elettronicamente quando furono un prossimità.

Alcuni cani seguirono pigramente auto e moto.

Arrivati davanti all’abitazione, Letizia scese e impartì ordini agli animali, che tornarono verso il prato.

“Non preoccuparti, se ti vedono con me sanno che sei un amico…”.

Lui non stava ascoltando, osservava stupito la meravigliosa villa davanti a lui.

Il viale era illuminato da fiaccole, tutto era avvolto da una luce sfumata.

Lei sorrise.

“Benvenuto a casa mia… anzi, a casa del mio ex marito…”.

“Marito?” chiese.

“Una storia lunga, di quelle che non finiscono bene. Mi sono innamorata dell’uomo sbagliato, l’ho sposato, l’ho trovato a letto con un’altra donna… ho perdonato. Ma quando la cosa si è ripetuta, sono andata da un avvocato immediatamente. Ho divorziato, per farmi stare zitta e non rovinare il buon nome della sua famiglia, eccomi qua… non mi manca nulla, ogni mese ricevo una rendita che potrebbe fare felici almeno dieci famiglie… e ho avuto diversi regali, tra cui questa casa ma sinceramente mi manca solo la cosa più importante… una vita. Scusami per la divagazione, prendo i bicchieri…”.

Letizia sparì dietro ad una porta che doveva essere quella della cucina e dopo poco tornò con due calici.

“Forse non sono proprio adatti ma… io non mi formalizzo…”.

“Perfetti…” fu la semplice risposta di Andrea.

“Lascia casco e zaino sul divano… ti va di uscire in terrazza? Mi piace guardare il cielo, mi piace il profumo del mare…”.

Seguì la donna senza dire nulla.

Non sapeva cosa stava facendo, il motivo per cui si trovava li, con quella donna.

Era successo, come il suo viaggio.

Era capitato.

Il suo abito copriva un corpo perfetto, sensuale, affascinante.

I piedi scalzi si muovevano come se danzasse sul pavimento in grés rosso. Un tatuaggio iniziava dalla caviglia e si attorcigliava lungo la gamba. Sembrava una rosa rampicante. Provò ad immaginare dove poteva trovarsi il fiore e sorrise al pensiero. Versò il vino, senza dire nulla.

Il profumo che raggiunse le sue narici era inebriante. Un contrasto di violetta e more, il colore era quello del sangue e in quella serata strana, assunse un sapore particolare, sapeva di sesso desiderato, di parole non pronunciate, di attesa, di incoscienza.

Seduti sui divani a bordo piscina, entrambi avevano lo sguardo perso nel blu intenso del mare, della notte che avanzava, nell’orizzonte lontano.

Lontano come si pensa sia la felicità quando perdi qualcosa che ami, talmente lontano che non sai se potrai più raggiungerla.

Versò altro nettare profumato, che Letizia gradì.

“Perché non sei felice?” chiese lei.

Anche se la domanda era inaspettata, lui storse le labbra in un sorriso quasi beffardo, più verso di se che verso Letizia, e rispose “Forse per lo stesso motivo per cui non lo sei tu…”.

“E cosa ti fa pensare che non lo sia?”.

“Tutto… i tuoi occhi, quello che ti circonda… il fatto che io sia qui…”.

“Ti dispiace esserci?”.

“No, per ora no…”,

“Per ora… quindi potresti pentirtene?”.

“Non credo…” sorrise nuovamente, come fece Letizia.

“Ma tu non fai mai la prima mossa?”.

“Dipende…”.

“Cioè?”.

“Se sto cacciando o se sto facendo la preda…”.

“Capisco… e ora, come ti senti?”.

“Non ne sono sicuro, forse mi sento più trovato che cacciato…”.

“Quindi?” chiese sorseggiando il vino.

Andrea posò il calice a terra e si alzò, andandosi a sedere di fianco a lei.

“Quindi …” disse accarezzandole un fianco “a volte la preda si può trasformare in predatore …” e la baciò stringendola a sé.

Letizia non oppose alcun tipo di resistenza, schiuse le labbra per incrociare la sua lingua con quella dell’uomo che aveva accanto a se, che aveva studiato mentre guardava il mare seduto sulla sua moto, affascinata, attratta, stupita di quanto potesse eccitarla l’idea di averlo. E così era scesa dall’auto, era certa di avere bisogno di lui quanto lui di lei.

E così era stato.

“Andiamo in camera…” e prendendolo per mano, lo portò al piano superiore, nella sua camera da letto.

Senza dire nulla, le slacciò l’abito che cadde a terra rivelando totalmente il suo bel corpo.

Il tatuaggio finiva sulla schiena, dove si schiudeva una meravigliosa rosa, proprio sopra le natiche.

Lei gli tolse la maglia e sbottonò i pantaloni.

Lui la fermò, prendendola in braccio e portandola sul letto.

La sua pelle contrastava con le lenzuola di seta rosse, aumentando in lui l’eccitazione.

Sdraiatosi al suo fianco, iniziò a baciarle il seno, soffermandosi sui capezzoli, succhiandoli e leccandoli lentamente, facendola sospirare ogni volta che li stringeva tra le labbra.

Scese lentamente verso l’inguine e iniziò a succhiarle la clitoride, provocando in lei un piacere estremo, sottile, devastante che le attraversava tutto il corpo mentre godeva della sua lingua che lavorava instancabile tra le sue gambe.

Letizia raggiunse così un primo orgasmo, gridando di piacere.

Piacere puro.

Non fece però in tempo a riprendersi che la lingua che aveva scavato in lei fino a pochi attimi prima, fu sostituita dal membro dell’uomo, che continuava a giocare con lei, infilandolo pian piano e poi ritraendolo, come una piccola tortura, a cui lei si sottoponeva molto volentieri, fino a quando la penetrò con un colpo che le tolse il fiato, affondando in lei, perdendosi nel piacere, unendo i loro corpi in un viaggio senza ritorno.

Improvvisamente l’uomo si ritirò, non appena Letizia ebbe un orgasmo e lentamente si diresse verso una sedia, dove aveva visto qualcosa che avrebbe potuto essergli utile.

Raccolse un paio di calze autoreggenti e senza dire nulla, tornò verso di lei, che seguì i suoi movimenti in silenzio.

Delicatamente le prese un polso e lo legò.

Stessa cosa fece con l’altro.

Si guardò attorno un attimo e scelse la cintura di una vestaglia di seta.

Sorrise.

Letizia era un’amante delle cose belle, non sofisticate e appariscenti ma semplicemente belle.

Legò una caviglia e lasciò libera l’altra.

“Allora, sono preda o cacciatore?”.

Lei non rispose e chiuse gli occhi trattenendo il respiro.

Non aveva idea di cosa sarebbe successo e non le interessava neppure pensarci troppo.

Lo voleva, ancora.

E non attese molto.

Andrea la penetrò nuovamente, senza lasciarle dire nulla, senza dire altro.

Il corpo di Letizia sussultava sotto ai suoi colpi, immobilizzata, senza possibilità di fare nulla se non avvinghiarlo con la gamba lasciata libera. E così fece, stringendolo a se, sentendolo affondare ancora in lei, con foga, poi rallentandosi, poi nuovamente con foga, senza pietà, come voleva lei.

E nuovamente si fermò.

In pochi attimi la slegò e la mise prona, immobilizzandola nuovamente, solo le braccia.

Sempre in silenzio le accarezzò la schiena, arrivando alle natiche, baciandole, leccandole, arrivando al centro, dove si soffermò con la lingua, inumidendo e  lubrificando.

Lentamente le sollevò i fianchi e iniziò a posizionarsi contro al suo culo e senza permetterle di opporsi, con un colpo deciso, affondò.

Letizia era  ben dilatata, non era la prima volta, non fece fatica ad entrare e lei sembrò gradire totalmente.

Appoggiatosi a lei, accarezzò il suo seno e giocò con le sue forme, muovendosi lentamente, come una piccola tortura, fino a quando non decise di godere.

Iniziò a stantuffarla sempre più velocemente, guardandola inarcare la schiena dal piacere, imperlata dal sudore, sentendola gemere, sentendola bagnata più che mai fino a quando, madido, non esplose in un orgasmo talmente intenso provocargli un capogiro.

Il grido liberatorio ma soffocato di entrambi riempì la stanza, lasciandoli esausti, fianco a fianco.

Dopo avere slegato Letizia, la baciò e si assopirono.

Quando Andrea aprì gli occhi era già giorno.

Lentamente realizzò dove si trovava e tutto quello che era accaduto la sera prima gli tornò alla mente.

Sorrise.

“Se vuoi farti una doccia, il bagno è la prima porta a sinistra…”.

Letizia era sul terrazzo e guardava il mare.

“Buongiorno…”.

“Buongiorno a te… è da molto che sei sveglia?”.

“Abbastanza da averti osservato mentre dormivi”.

“Eh?”.

“E non mi ero sbagliata…”

Una piacevole brezza entrava dalla grande finestra.

L’uomo si alzò e andò verso di lei.

Si fermò a pochi centimetri.

Non sapeva cosa doveva fare.

Cosa voleva, invece, lo sapeva benissimo.

Lei sorrise.

I lunghi capelli le coprivano il seno.

Profumava di mare.

“Mi piace nuotare all’alba… oltre il giardino c’è una spiaggia privata. Non ci si accede in altro modo se non dalla mia proprietà, almeno sto tranquilla…” e così dicendo gli accarezzò il viso.

Nel silenzio si potevano udire due gabbiani gridare nel cielo terso.

“Direi che questo è l’imbarazzo del giorno dopo…” disse lei.

Andrea sorrise.

“Credo che tu abbia ragione…”.

“E starai pensando a come andartene educatamente, senza offendermi o farmi sentire la storia di una notte e via…”.

“No, questo no”.

“Ah no?”.

“Non sei la storia di una notte e vita. Centinaia di volte ho fatto sesso. Poche volte mi è capitato di provare quello che ho provato con te, andare oltre… se riesci a capirmi…”.

“Certo che si … e per me è la stessa cosa …”.

Il silenzio fu ancora protagonista.

“Sei pericoloso, perché di te potrei innamorarmi. Rappresenti qualcosa di me che non ho mai seguito o ascoltato… ieri ti guardavo mentre osservavi l’orizzonte. E ti volevo… Non mi era mai successo e so cosa vuol dire. Per questo sei pericoloso… Di un uomo come te ci si può innamorare ma sarebbe come amare il vento…”.

“Il vento?” chiese lui stupito.

“Si… una lieve brezza ti accarezza e ti trascina poi in un uragano, in una tempesta da cui non vorresti mai uscire perché invece di farti paura, ti eccita, ti piace. E finisci con l’amare la tempesta. Ma poi tornerebbe il vento, che arriva, soffia, travolge e va…”.

“Quindi io ora dovrei andare?”.

Letizia sorrise, guardando fuori.

“La vita è la tua, sai cosa cerchi e di cosa hai bisogno. È già qualcosa. Io non so cosa cerco, di cosa ho bisogno e più che altro, dovrei provare a vivere… anzi, ho ricominciato proprio ieri…”.

“Con il vento?”.

“Esatto”.

Tacque per un attimo.

Non si era mai fermato prima, l’unica volta che lo aveva fatto, aveva sofferto.

“Cosa ti piace di me?”.

“Tutto quello che sei, tutto quello che non sei… tutto quello che io non sarò mai”.

Tacque nuovamente.

“Lo sai che può essere pericoloso? Posso fare male”.

“Lo so” rispose, sempre senza distogliere lo sguardo dal mare all’orizzonte.

“Non mi hai chiesto cosa mi piace di te?”.

La donna si girò verso di lui.

“Cosa ti piace di me?”.

“Il coraggio, la paura, la passione…”.

Sorrisero.

Letizia fece per muovere qualche passo sul balcone quando lui la prese per un braccio tirandola a sé.

“E mi piaci tu…” disse immobilizzandola contro al muro.

La sua erezione premeva contro al corpo nudo della donna, a cui mancò il respiro quando Andrea entrò in lei.

“Io non mi fermo quasi mai… e solo una cosa può farmelo fare. Dovevi capirlo quando mi hai visto ieri”.

“Cosa?” chiese mentre sentiva calore e piacere crescere dentro di lei.

“Il profumo del mare”.

                                                                            *

 

 

 

 

 

 

 

 

I WANNA REACH MY PEAK
Ladyfrejia

Sandra è in fibrillazione, emozionata come una bambina alla vigilia di Natale. Sta partendo per New York, per lavoro. Per svago, anche. La valigia è aperta sul pavimento. Gli indumenti a formare una specie di montagna più alta al centro. Al solito. Sandra gode della sua cialtroneria. Prende alcune magliette dalla vetta e le sistema alla rinfusa, a coprire gli spazi vuoti.  Ora tocca ai libri. Sceglie un giallo, “La bambina dagli occhi di ghiaccio”, “4 Blondes”, libro frivolo ma 'dialogante' in lingua inglese. Manca il terzo.
            Dà un'occhiata ai ripiani della libreria, che corre lungo il lato destro del corridoio. A sinistra le sue creazioni: specchi con cornici in polistirolo dalle forme tondeggianti e i colori di fuoco: giallo, arancio, rosso e nero. Vede la sua immagine riflessa. Specchi bastardi! I capelli arruffati, gli occhi stanchi, il pigiama viola che la domestica deve aver sottoposto ad una pratica sadica di alte temperature e centrifughe, tanto si e’ ridotto e stinto.
            Decide per un classico dell'erotismo: “Histoire d' O”.          Una vocina dentro le dice che sì, ha proprio voglia di rileggerlo, dopo tanti anni.  Punta la sveglia alle 4,30 e va a letto. Inizia a leggere. O. che sul taxi solleva la gonna le fa venire in mente l'estate precedente, quando in ufficio sedeva 'a pelle', la gonna che debordando dalla  sedia copriva la sua nudità. Si toglie i pantaloni del pigiama. Va avanti. Quante volte trova scritto 'ti amo' in quelle prime pagine. Non l'aveva notato anni prima. Diciamo che non è proprio la prima cosa che balza all'occhio. Pensa a “The Surrender” di Tori Bentley, a quante volte la scrittrice ed ex ballerina ripete la parola 'inculata'. Fino alla nausea. No, quel libro che le aveva regalato il suo amico libraio non le era proprio piaciuto. Da quando Sandra aveva iniziato ad acquistare i libri online su IBS tutte le volte che andava a fargli visita lui le regalava un libro. E lei a volte ricambiava con una bottiglia di vino. Baratto. Primitiva forma di commercio.
            Torniamo al castello di Roissy. Sandra riprende a leggere. Libera la mano destra, con la sinistra blocca il libro con il palmo della mano dietro la costola e le dita piegate in avanti a schiacciare le pagine. Sfiora la clitoride con un dito esitante. Legge. Inizia a titillarlo con il polpastrello, non di punta. Movimento circolare. Poi sono due le dita che sfregano. Si accarezza le labbra, le tira, infila un dito dentro, lo muove leggermente in superficie, lo fa scivolare nella fessura, in quel piccolo lago di umori. Porta le dita alle labbra, le succhia. È un sapore acre, salato, che Sandra ben conosce, e che le dà sicurezza.
            Si agita, solleva il bacino. Intanto le dita entrano dentro, distrattamente. Una, poi due. Ora c'è maggior impeto nei movimenti di Sandra. Si piega di lato, il libro le sfugge di mano. Si riflette nello specchio a parete. Il volto è disteso, illuminato da un sorriso infantile. Gli occhi radiosi ma inquieti, in cerca. Di che cosa? Di chi? Sandra sta vedendo Lui nei propri occhi. Occhi azzurri che brillano, di desiderio e tristezza, di amore e sofferenza. Lo sta chiamando. È come piace a Lui, senza trucco. Una combinazione perfetta di donna e bambina, di fragilità e indecenza, candore e peccato.
            Muove velocemente la mano, con foga. Solleva la maglia sopra ai seni, i capezzoli turgidi come due lamponi. Si ritrova con la testa sprofondata sul cuscino, il sedere in alto. Si chiede: com'e che prima o poi finisco sempre cosi?
            Decide di continuare a leggere. Arriva fino agli occhi grigiastri di Sir Stephen. Non ce la fa più. Riprende a toccarsi. Ora gli sta urlando tutto il suo desiderio, la sua voglia non saziata. Lo vuole lì, su quel letto, che Lui conosce bene pur non essendoci mai stato, vuole una prova tangibile della sua esistenza. Affamata cerca l'orgasmo, che non arriva. Impaziente. Anche in questo. Sandra ha voglia di venire, voglia di un orgasmo che la scuota prepotente, che la esalti e poi la plachi, come un’onda anomala che si ritrae dopo averle sconquassato l'anima e la carne. Per poi continuare a leggere, e dormire, che è quasi mezzanotte. 
            Balza giù dal letto. Va nello sgabuzzino. Si arrampica in alto, dove tiene la sua scatola dei giochi. La apre, sceglie il più grande. Lo osserva. Sarà anche costato una cifra ma è un opera d arte. Fatto sul calco di un pene vero, con tanto di striature e venuzze, di dimensioni apprezzabili, dotato di ventosa.
            Stringendo trionfante il suo pene realistico Sandra va in salotto, al buio. Sputa sull'asta, la lecca. La ventosa non aderisce alla stoffa del divano, ma lei sa come bloccarlo. Allarga le gambe, ruota leggermente il bacino e ci si siede sopra. Si muove. Mette un piede a terra. Si muove ancora, mentre il giocattolo di lattice le entra completamente dentro, come inghiottito dalle sue labbra affamate. Sente le palle sfregarle la pelle là nella zona di nessuno fra le sue due aperture, dove  ispidi peletti stanno ricrescendo, dandole un lieve pizzicore. O forse semplicemente non si è rasata bene. Sandra propende per la seconda ipotesi, beandosi della sua imperfezione.
            Ora vuole entrambe le mani sui seni, che liberi dalla stretta maglietta svettano imperiosi. Si tormenta i capezzoli e invoca il suo nome. Sposta il bacino in avanti e si sfrega contro la stoffa. Ha l'impressione di lasciare lunghe strisce di umori sulla tela che è un po’ ruvida e granulosa e così le aumenta il piacere. La sensazione della fica che struscia e sbava le ricorda l'impepata di cozze che ha mangiato la sera prima con la sua amica Chiara, esile donna che pasteggia a Cocktail Martini. Quei molluschi sugosi e saporiti, oscenamente aperti nel piatto, che Chiara succhiava con la piccola bocca.
            Sandra cambia posizione. Schiena a terra, gambe in aria, divaricate. Il gingillo che entra ed esce come uno stantuffo. Il polso che duole. Con voce rauca lo chiama. Gli dice che è la sua puttana, la sua piccola schiava, che lo vuole, che non ne può più, che  la sta facendo morire, che quel bollore che ha fra le gambe sembra non estinguersi mai. Il polso le fa male. Lo cavalca di nuovo.           E cosi che è abituata a raggiungere l’orgasmo. Quando sente il crescendo vorticoso di sensazioni fa stendere i suoi uomini supini. Che abbia ragione Lui riguardo ai suoi ometti? Uomo = medium per raggiungere il piacere, sorta di vibratore umano?
            Ha fretta Sandra ora, perche vuol continuare a leggere e poi addormentarsi. Vorrebbe essere una specie di dea Calì, con innumerevoli braccia a infiggere sul suo corpo, a torturarle i capezzoli, a schiaffeggiarla. Sente il piacere crescere...  7,8,9,10... 10,10,10... non arriva al climax. E non può dar la colpa al Prozac, adesso ne prende solo mezza pastiglia. Ci rinuncia. È sudata, il cuore batte così forte che le pulsa nelle tempie, le gambe tremano.
            Sbanda leggermente mentre cammina a piedi nudi sul parquet, ebbra di un desiderio ancora pulsante. Entra in bagno. Accende la luce. Nell'ennesimo specchio il blu dei suoi occhi è un lago di voglia  animale. Lava accuratamente il pene finto che guarda con rabbia sorda, neanche fosse colpa sua. Lo asciuga. Va a rimetterlo a posto. Alle 4,30 avrà poco tempo. Sale sullo sgabello. Spinge la scatola sull'ultimo ripiano, con foga. Cazzo! L’unghia dell’indice si è spaccata. Cazzo! Cazzo! Cazzo!!! Quel pomeriggio aveva passato un’ora e mezzo dall'estetista a farsi quelle unghie da perfetta americana: lunghe, rosse, laccate. E ora la sua voglia, peraltro non placata, aveva provocato la rottura del gel. Ed un dolore incommensurabile, perché nell’urto la tip falsa si era portata via un lembo di unghia vera, quella parte che sta attaccata alla carne.
            “Ma che ci fai con queste mani?” aveva chiesto più di una volta l’estetista. Sandra si vergognava ad ammettere che lei  non  faceva neppure i lavori domestici. Era semplicemente un folle mix di energia, dinamismo, sbadataggine e impazienza. Si butta sul letto, nuda, ciucciando l’indice che pulsa dal dolore, in attesa che la morsa dell'eccitazione abbandoni il suo ventre.       Lentamente anche la rabbia e la frustrazione svaniscono, lasciando il posto ad una sensazione insolita. Inebriante. Si sente leggera, sospesa fra l’essere e l’ineffabile, con una ritrovata, nuova consapevolezza.           Prende un pennarello dal cassetto del comodino. Come una bimba sciocca inizia a scrivere il nome di Lui. Sui seni, sul ventre, poi giù, sul sesso. In tutte le grafie, grandezze e stili possibili. Lettere tonde e cicciotte, oppure strette e appuntite, grandi e minuscole, colme e svuotate, dolci e cattive, marcate e leggere.

Prende il telefono e si scatta una foto. Le rughe distese.

    

                                *                              

L'APPETITO VIEN MANGIANDO, ED IO HO APPARECCHIATO LA TAVOLA
    Francesca
aka bocconcini.g

Respiravo l’aria densa e fruttata dell’autunno appena arrivato.

Il profumo del mosto nei tini a fermentare, delle mele da poco raccolte sui granai, sulle dita le ferite causate dai rovi per le more raccolte il pomeriggio del giorno prima.

Abitando in campagna sono profumi e gesti a me familiari, rendono i miei risvegli sempre nuovi, mi accolgono nel quotidiano che devo ancora vivere in una atmosfera dolce e confortevole.

Ma quel giorno ancor di più.

Un giorno di ferie strappato al lavoro, goduto nell’assoluto riposo, nell’attesa del tuo ritorno a casa, nel nutrire la voglia che volevo spartire con te.

Sbadigliando ho aperto l’acqua calda nella vasca.

Scivolava unendosi al bagnoschiuma che versavo copioso, profumando ogni angolo della stanza di uno stuzzicante aroma di mela e mirtilli.

Lecca lecca.

Leccornia la mia voglia.

Tremando sono entrata nella vasca, un rivolo di schiuma è traboccata finendo a terra in una piccola pozza profumata.

Le mie mani spugne ricolme di sapone.

I miei capezzoli ninfee rosa.

Insaponavano la mia morbida carne,  prima i piedi, le dita una ad una, poi le caviglie sottili risalendo i polpacci scattanti, nervosi come sono normalmente i miei passi, veloci.

Sono arrivata sulle cosce allungando la gamba al di sopra della mia testa, avvolgendola con entrambe le mani, palpando ogni millimetro di carne.

Il mio inguine non è rimasto privo del piacere di essere lavato.

Ho più volte lasciato le dite libere di entrare ed uscire dalle miei labbra gonfie, in apnea, immerse sul mio ventre che vibrava di piacere.

Sono risalita, a piene mani ho avvolto il mio seno prorompente, l’ho insaponato facendo ruotare i palmi pieni di schiuma, godendo di tutto quel profumo che mi eccitava.

Babbà.

Immersa, solo il viso e gli occhi fuori da quel piacevole liquido fruttato, i capelli sciolti attorno galleggiavano come spire impazienti, come vortici vogliosi, come tentacoli in attesa della preda.

Lasciavo libero il corpo e la mente viaggiava in pensieri affatto rilassati e dormienti.

Sentivo il calore del mio corpo avvolto dal profumo, dalla schiuma, dall’acqua che riempiva la vasca.

La musica che mai mi abbandona, che mai rinnego, che mai può rimanere fuori da un mio piacere, faceva godere le miei orecchie con un dolce canto di liturgie sacre.

Uniti i miei pensieri peccaminosi e privi di morale con quelle voci candite e pure rendeva la mia voglia incontenibile.

Tenia insaziabile.

Sapevo che saresti presto arrivato.

Il bagno era il preludio di ciò che volevo.

L’indifferenza, la tua indifferenza nel trovarmi in quel luogo, in quella situazione, con la voglia che mi si leggeva negli occhi mi ha spiazzata.

Affatto ammansita.

Ha reso il mio corpo guardingo ed ancor più fiero, pronto a sferzare l’attacco voluto.

Ho atteso paziente.

Il divano ti abbracciava, smielato e pacato, ben diverso da quello che avrei desiderato donarti.

Osservavo dal bordo della vasca ogni tua mossa, ogni tuo sussurro, ogni tuo respiro l’avevo misurato.

I miei grandi occhi verdi servivano i miei pensieri, nutrendo la fantasia che stava galoppando.

La porta socchiusa del bagno lasciava uscire il profumo, ma ancor di più la mia voglia, che si leggeva in ogni mio lento movimento nell’uscire dalla vasca ed asciugarmi.

Le miei mani, nei miei pensieri le tue, scivolavano sulla mia carne nutrendola di vellutata crema, mentre tu mi chiedevi la cena.

“Ho fame”.

Mi hai detto, pigro e sgraziato il tuo parlare.

“Sono stanco”.

Hai proseguito, continuando nel tuo non far nulla, dispettoso.

Paziente, come una pantera che attende la sua preda ho infilato il completino da poco acquistato e mai indossato.

Il balconcino color miele, il ferretto stretto nell’abbraccio che faceva svettare le mie tette in un altare affatto pacato.

L’organza non tratteneva i capezzoli duri e rossi che grandi si mostravano.

Il pizzo bianco che adornava il tutto era come panna sul dolce succulento che volevo servirti.

Le coulottes trasparenti, il ventre piatto, ma morbido, risaltava il ciuffetto nero e riccio sulla mia fica ben depilata, solo il piccolo giardinetto ben rasato, delineava la tana accogliente in cui il tuo cazzo presto si sarebbe infilato.

La tua vestaglia di rassicurate pile blu mi ha accolta.

Il tuo profumo è penetrato nelle miei narici nell’attesa della tua carne.

L’insalata l’ho condita con gesti veloci e sicuri mentre ho versato l’uovo nell’acqua, si è aperto in una spuma bianca candida, docile alla vista, non come il piatto in cui ti sarebbe stato servito.

Ho atteso guardinga passeggiando per la cucina che l’uovo si raffreddasse il tanto che bastava per non bruciarmi, poi ti ho chiamato:

“A tavola la cena è pronta”.

La vestaglia aperta scendeva ai lati della tavola, il mio corpo caldo steso sopra al tavolo, un perfetto piatto da portata, sul quale ben servito l’uovo sul mio ombelico cosparso di abbondante parmigiano e poco più sotto, sulla mia fica faceva bella mostra l’insalata ben condita.

L’aceto balsamico partiva dalle caviglie e ad ogni curva un po’ più marcata un pezzetto di parmigiano, un gheriglio di noce, una mandorla, un chicco d’uva.

Attendevo la tua lingua, la tua bocca, la tua fame.

Con gli occhi chiusi attendevo.

Un sussulto quando le tue labbra hanno sfiorato il mio piede, ho sentito la tua lingua scivolare lenta, ho immaginato la tua gola mentre inghiottiva il primo gheriglio di noce.

“Buono”.

Hai sussurrato.

Sentivo l’avanzare del tuo corpo, il calore che risaliva fra le mie cosce, lo sfiorare delle tue dita lungo le mie gambe.

Mangiavi, godendo nel farlo.

La tua bocca si è aperta vorace sull’insalata, sentivo lo stridere delle foglie sotto i tuoi denti, il profumo del cibo che mi avvolgeva.

Hai sfilato le coulottes ed hai leccato ogni centimetro della mia fica.

Sentivo il tuo viso sempre più vicino, sentivo il tuo alito sul mio ventre, mentre aspirando veloce hai ingoiato l’uovo che per la cena ti avevo cucinato.

Nulla, del cibo che ti avevo servito era rimasto sul mio corpo.

Ti sentivo sopra di me, sentivo il tuo ansimare eccitato, sentivo il tuo cazzo che ora si trovava sopra al mio inguine, lo sentivo duro e gonfio con quella voglia, con quella fame che era anche mia.

Guardandoti negli occhi ti ho invitato a risalire sulla mia carne, fra le mani il barattolo di panna, con un guizzo ne è uscita in abbondanza ricoprendo il mio seno pulsante.

“Il dolce”.

Ti ho detto con un sorriso del tutto innocente.

Lo stupore affatto indifferente nel sentirti entrare nella mia fica, nel sentire il tuo cazzo raggiungere la mia morbida carne, nel sentire le mie labbra avvolgerlo, nel sentirlo scivolare fra i miei umori, ben più dolci ed appetitosi del cibo appena mangiato.

“Il dolce lo devi mangiare te, sei stata una brava cuoca”.

Così dicendo hai continuato a spingere, hai iniziato a leccarmi i capezzoli, afferrandomi le cosce hai fatto di me il cibo che avrei voluto essere, spingendo e godendo della mia carne.

“Un unico appunto”.

Hai sussurrato sul mio collo teso, i tuoi occhi dentro ai miei persi nel piacere di sentimi fottere da te.

“Un po’più di sale sull’insalata, la prossima volta”.

Così sazio hai saziato me.

        

 

 

 

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